Se verrà la guerra

“Se verrà la guerra, Marcondiro’ndero, sul mare e sulla terra chi ci salverà?”
Ricordate il ritornello di “Girotondo”, la canzone di Fabrizio De Andrè uscita nel
1968? La ricostruzione dopo la Seconda guerra mondiale era in pieno corso e già
soffiavano i venti della guerra fredda. Fu in parte anche l’intervento di Giovanni XXIII
a scongiurare che si precipitasse in un nuovo conflitto, forse addirittura con armi
nucleari. E come non citare allora Albert Einstein, che alla domanda circa come
sarebbe stata combattuta la terza guerra mondiale rispose: “Questo non lo so. Ma la
successiva sicuramente con le clave!”


E’ vero, da una parte, che la frenesia bellica accelera la produzione di nuovi
strumenti. Dobbiamo a Napoleone, perennemente sui campi di battaglia, l’invenzione
della carne in scatola, elemento strategico che gli fornì non pochi vantaggi sui nemici.
E fu la guerra contro il nazifascismo a far procedere la ricerca e la produzione di
ordigni nucleari. Ma fu tutta gloria? Ci hanno fatto felici queste nuove acquisizioni
strategiche? L’ultima frontiera è quella dei sistemi d’arma operativi autonomi, cioè
senza controllo umano. Il che significa che, una volta avviati certi ordigni, non è più
possibile governarne l’obiettivo o arrestarli in caso di resa del nemico.
Negli ultimi giorni abbiamo sentito la Presidente del Consiglio pontificare – sit
venia verbo, perché il Papa è di diverso avviso – che per vivere sicuri occorre
aumentare gli armamenti, in modo da scoraggiare potenziali aggressori. Sembra che
non abbia coscienza di come la deterrenza funzioni solo riguardo agli ordigni atomici
e non rispetto alle nuove forme offensive tipo droni e missili ipersonici e “intelligenti”.
Che proprio a Natale, dove si ricorda la nascita di un bambino in una stalla, in
condizioni precarie e sotto un regime di occupazione quale quello romano, si esalti
una politica bellicista che minaccia proprio i bambini e le generazioni future, mi pare
davvero un osceno controsenso.


Non abbiamo bisogno di armi, ma di buonsenso, di trattative, di accordi
internazionali che garantiscano stabilità e progresso sostenibili a tutti i Paesi del
mondo.
L’Europa non ha più un’importanza strategica dal punto di vista militare. La
sua missione potrebbe e dovrebbe invece essere quella di promuovere una cultura
della diplomazia, del dialogo, della ricerca di consenso in vista del bene comune.
Di questo dobbiamo esserne consapevoli e responsabili. Non possiamo tacere di fronte a certi progetti che conducono verso il baratro di guerre di dimensioni incalcolabili.
Non sono un pacifista, ovvero uno che vuole la pace a tutti i costi! La pace –
diceva già il profeta Isaia oltre 2700 anni fa – è frutto della giustizia. E’ in questa
prospettiva che dobbiamo operare, a livello di pensiero, di parole, di progetti. Le
risorse destinate al riarmo invece fanno felici pochi e minacciano tutti!
Raoul Follerau, apostolo della lotta contro la lebbra, sosteneva che se Russia
e USA avessero rinunciato alla spesa per due costosi razzi, con quella somma si
sarebbero potuti curare tutti i lebbrosi del mondo. Credo che anche in Italia vi siano
delle priorità più urgenti che non gli investimenti in ciò che distrugge. Necessitiamo di
sostegni per l’educazione pubblica, la sanità, i settori produttivi. Conflitti ce ne
saranno sempre: nella nostra vita personale come in quella sociale. Non è tuttavia
obbligatorio risolverli in maniera violenta, altrimenti la nostra evoluzione dal livello
animalesco non sarebbe completa. La via della nonviolenza, tipica di esseri davvero maturi, è l’unica che produce frutti di ben altra portata e duraturi.

Articolo pubblicato nel Corriere dell´Alto Adige del 28/12/2026

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